FONDO D’ISTITUTO E SCATTI DI ANZIANITÀ

Quando, dopo la vittoria contro il “concorsaccio”del 2000 e l’intera politica scolastica del ministro Berlinguer, i teorici dell’istruzione-merce cambiarono vistosamente la strategia nel processo di aziendalizzazione della scuola, i Cobas denunciarono subito come la vera polpetta avvelenata, che avrebbe messo in opera tutto il potere distruttivo della sedicente “autonomia scolastica” dell’ex-ministro (costretto dalla sconfitta ad abbandonare la direzione del Ministero), sarebbe stata l’istituzione (o meglio: la trasfigurazione di qualcosa che già esisteva ma non con tale funzione) del cosiddetto fondo di Istituto.

La divisione tra docenti, tentata con il meccanismo rozzo del “concorsaccio”, veniva riproposta non più sotto la veste di un premio a presunti meritevoli ma come elargizione ai disponibili ad accollarsi un lavoro supplementare rispetto a quello contrattuale. Partendo con un fondo complessivo di 2.000 miliardi di lire dell’epoca, destinati secondo il Ministero ad “un ulteriore impegno didattico rispetto a quello normalmente dovuto e per l’attuazione della flessibilità organizzativa e didattica”, il centrosinistra pose le basi per rendere concreta la frammentazione autonomistica delle scuole e per dividere una categoria tenuta ormai da un decennio a sotto-salario (dal 1989, ultimo contratto con aumenti salariali accettabili, al 2001, la perdita salariale era stata circa il 15% del valore reale).

Da allora i fatti ci hanno dato abbondantemente ragione. Se in altri paesi (soprattutto in quelli anglosassoni) meccanismi analoghi avevano portato verso una sorta di stipendio individualizzato, fatto di tante voci differenti per altrettante mansioni parcellizzate, in Italia si è dato vita, grazie al FIS, all’innesco di meccanismi clientelari e corrompenti su attività progettuali in gran parte superflue o cialtronesche, puri espedienti per piegare con elargizioni salariali una parte della categoria ai meccanismi aziendali e fiaccarne la resistenza ideologica, culturale e didattica, selezionando i più disponibili ad assecondare i perversi meccanismi della sedicente autonomia.

Dall’introduzione del FIS, il potere disgregante della sedicente “autonomia” ha potuto operare a fondo: e grazie a tale strumento per finanziare la frammentazione aziendalistica degli istituti, ha preso il via un processo parallelo di malascuola (corruzione, inefficienza, clientelismo e illegalità diffusa) e di scuola-miseria (continua riduzione dei finanziamenti, dispersione dei fondi per vie clientelari, peggioramento costante della qualità dell’apprendimento) come via subdola di impoverimento e disgregazione della scuola, tale da consentire alla merce-istruzione di superare il blocco esercitato dalla educazione pubblica gratuita e di qualità per tutti/e. La corruzione, l’inefficienza, il clientelismo e l’autoritarismo fondato sulla cessione dei massimi poteri ai presidi sono state le conseguenze quasi naturali dell’immiserimento programmato.

In questi anni, e senza alcuna apprezzabile differenza tra i periodi di governi di centrodestra e di centrosinistra, nella grande maggioranza dei casi i soldi del Fondo di Istituto sono stati usati per retribuire progetti didattici non solo senza alcuna ricaduta utile, ma che assai spesso hanno svilito, intralciato o danneggiato la didattica, distraendo i docenti dalle lezioni, togliendoli dalle classi, tenendo a scuola di pomeriggio gli studenti a ciondolare intorno ad estemporanei corsi inventati ad hoc. Oltre a produrre inefficienza didattica, tali meccanismi hanno sovente corrotto – e poco importa se spesso con cifre misere – fasce crescenti di docenti, spinti ad inventarsi i progetti più inverosimili, a dilatarne ad arte i tempi, ad attestare lavori mai svolti, a farsi retribuire attività ordinarie, incentivando la malascuola.

Per tutti questi motivi negli ultimi dodici anni i Cobas hanno sempre insistito sulla necessità di smontare tale dannoso strumento, distribuendone gli attuali finanziamenti a tutti/e i/le docenti ed Ata in paga-base, come parziale compenso dell’immiserimento salariale dovuto al pluriennale blocco dei contratti. Non saremo dunque noi a protestare per l’assegnazione di una parte, seppur limitata, del FIS alla retribuzione degli scatti di anzianità, bloccati dalle nefaste decisioni degli ultimi governi. Gli scatti, seppur ridotti assai dopo la cancellazione di quelli biennali (voluta o accettata a suo tempo da tutti i sindacati che monopolizzano i diritti e la contrattazione) che erano davvero efficaci nel difendere i salari, sono al momento l’unica forma di parziale reintegrazione di quanto annualmente perdiamo a causa dell’inflazione e dell’impossibilità di contrattare i salari; e dunque è bene che siano stati ripristinati, e anzi tale recupero va garantito a tutti/e anche per i prossimi anni; né ci lamenteremo di certo per una decurtazione del FIS.

Ma il contratto firmato dai sindacati monopolisti (tranne la Cgil) non garantisce affatto il recupero stabile degli scatti, si impegna in promesse che consentiranno al prossimo governo di tornare alla carica sugli aumenti di orario, scambiati magari con piccoli aumenti salariali autofinanziati usando i soldi già investiti nella scuola, e in generale lascia aperte tutte le porte per la riduzione progressiva dei finanziamenti alle scuole e di certo non è un viatico per costringere il prossimo governo ad aumentarli. Oltretutto, tali sindacati non possono davvero trarre vanto da quella firma, non avendo contribuito in alcun modo alla grande mobilitazione di docenti, Ata e studenti che ha consentito di battere il progetto degli aumenti di orario, della legge Aprea-Ghizzoni, della deportazione degli “inidonei” e che ha permesso anche il parziale recupero degli scatti: l’unico sciopero da essi convocato è stato proditoriamente revocato, né li abbiamo mai visti in piazza, a livello nazionale e locale, per tutto l’autunno di lotta.

E ancora più grotteschi sono gli strepiti della Cgil per il “colpo inferto” al Fondo di Istituto. Essa strilla e si agita perché sa bene che proprio sul FIS e sulla sedicente “autonomia” ha costruito il proprio potere nelle scuole, tramite la gestione concertativa e collaborazionista tra sempre più autoritari capi di istituto e “capetti” docenti che sui soldi del FIS e sul piccolo potere aziendale conseguente hanno costruito in questi anni le loro fortune, contribuendo in modo decisivo ai successi della aziendalizzazione e della disgregazione della scuola pubblica verso quella scuola-miseria e scuola-quiz che, malgrado i parziali successi che abbiamo ottenuto (e ai quali tanto hanno contribuito i Cobas con la loro opera di denuncia e chiarimento, con le loro mobilitazioni e scioperi) in questi mesi, ancora incombono come macigni sul futuro della nostra tormentata istruzione pubblica.

qui utili fogli di calcolo per quantificare il fondo d’istituto

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